Partire con “Che cosa fare?” o “Perchè lo faccio?”

wright_flightSto riflettendo su cosa sia determinante comunicare di una iniziativa imprenditoriale: cosa è più importante comunicare, Che COSA si vuole fare o PERCHE’ lo si sta facendo? Il mio focus parte dall’analisi della congiuntura economica che viviamo, che restituisce un tessuto economico depredato, defraudato,  come se in Italia vi fosse stata la guerra. Gli effetti sono gli stessi, solo non vi sono macerie. Le conseguenze più gravi sono l’azzeramento della capacità di fare impresa, e l’annientamento delle risorse nascoste dentro milioni di giovani messi ai margini. Le grandi aziende “vendute” allo straniero. Rimane un tessuto economico di micro aziende, partite quando i tempi erano migliori e con una struttura adeguata a quei tempi. Chi parte oggi da zero, o chi intende proseguire voltando pagina, inizia con l’entusiasmo del neofita  ma nessuna preparazione ad affrontare la complessità del giorno d’oggi.
Giusto una osservazione: siamo sommersi da qualsiasi tipo di bene e di servizio che soddisfano così pienamente i nostri bisogni, da non sapere più come implementarli per renderli ancora migliori. Che cosa ci possiamo inventare per avere un prodotto/servizio appetibile per il mercato? Cosa può fare un piccola azienda in questo grande mare? Sembra una domanda senza risposta… Sapere Che Cosa Vogliamo Fare, può essere  la ricetta per il successo di una iniziativa imprenditoriale? Alla fine del 1800 una nuova tecnologia rivoluzionaria stava cambiando il modo di immaginare il futuro: mi riferisco alla tecnologia per il volo degli aerei. E c’era una gara a chi ci sarebbe riuscito per primo. Uno degli uomini più noti in quel tempo era Samuel Langley. Come molti inventori, stava cercando di costruire una macchina volante: il suo obiettivo era arrivare per primo al traguardo del volo umano controllato ed alimentato a motore. Aveva tutte le carte in regola per riuscirvi: mente brillante,  anche  astronomo, Professore di Matematica alla Naval Academy degli Stati Uniti. Inoltre aveva ottime relazioni: introdotto ai più alti livelli sociali nell’America di quei tempi ed amico dei personaggi più potenti dell’epoca. Disponeva di una cifra fantastica, che il Ministero della Difesa gli aveva assegnato per poter realizzare il progetto. Aveva messo insieme le menti migliori dell’epoca tra meccanici ed ingegneri. Era seguito costantemente dal New York Times e  da tutta l’opinione pubblica. L’unico problema in questo elenco di fattori + , era che sapeva bene Che cosa stava facendo, che cosa avrebbe ottenuto, ma… non aveva chiaro il PERCHE’ di tutto ciò. Aveva ricevuto una commessa prestigiosa e voleva essere il primo a volare, raggiungere fama e ricchezza come Edison e Bell, i più grandi inventori del periodo. Di fondo questo era ciò che lo animava: arrivare primo. A poche centinaia di chilometri  dalla base di Langley, in Ohio, anche Orville e Wilbur Wright stavano costruendo una macchina volante. Figli di un vescovo evangelista, non poterono frequentare l’università. Dovettero rimediare il fine mese con i lavori più disparati, quindi riuscirono ad aprire un negozio di biciclette. Nel frattempo, come molti allora, si appassionarono di volo e per diletto iniziarono dapprima, a mettere a punto un aliante. Non se li filava nessuno. Finanziamenti zero, risorse zero. Tuttavia erano convinti che riuscire a far volare una macchina a motore, avrebbe avuto conseguenze incredibili per il futuro. Una invenzione di quel genere avrebbe cambiato il mondo, avrebbe apportato benefici, e loro nonostante tutto credevano di poterlo fare. Piegavano fogli di carta e lanciandoli dicevano : – belin… vola anche questo! ( in slang dell’Ohio ovviamente)  Oltre a quelli che se la ridacchiavano però, si accodò una banda di aiutanti, nessuno dei quali qualificato,  affascinati da quelle idee così inarrivabili ma così realizzabili nel contempo. Aiutare a tagliare, a sagomare, ad assemblare. Portare almeno 5 set di cambio per ogni tentativo… ognuno di loro stava partecipando attivamente ad un sogno diventato ormai il loro: i lanci si ripetevano e fallivano sistematicamente, finchè successe. Il 17 dicembre 1903, su un campo a Kitty Hawk, in Nord Carolina, i Wright si alzarono verso il cielo. Un volo di neanche un minuto a 40 cm da terra, alla velocità di un uomo in corsa, inaugurò l’era dell’aeronautica. La notizia non si sparse velocemente, finchè l’impresa di quel manipolo di “visionari sciroccati”, divenne di dominio pubblico. Langley  ed i Wright lavorarono alla costruzione dello stesso prodotto, motivati allo stesso modo, stessa determinazione,  stessa mentalità scientifica ed appassionata. Ciò che ebbero in più i Wright e che mancò a Langley, fu l’ispirazione. Langley cercava la fama, un Che cosa, i Wright agivano animati da un loro credo, quindi da un Perchè . Langley pagava per essere aiutato, i Wright si ritrovarono ad essere aiutati da persone che avevano “comprato” il loro Perché e lo avevano fatto proprio. A notizia diffusa, Langley non volle dedicarsi allo sviluppo della tecnologia dei Wright, ma si ritirò umiliato da non essere stato il primo tratto da Start with why – Simon Sinek.  Mi piace pensare al Perché, come forza motrice di ogni iniziativa, di vita o di impresa. Chi ci circonda non è interessato a Che Cosa Facciamo, non compra il nostro bel prodotto/servizio miracoloso, è piuttosto interessato al Perché abbiamo avuto quell’idea e  trovato quella soluzione. Di fatto compra quel nostro Perché e sposa il nostro credo, poi ci segue acquistando il prodotto/servizio in quanto in linea il “Suo” nuovo credo. Sarà questo Perché, ad essere  l’oggetto della nostra Comunicazione.

Paolo Nestico

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Ciao sono Paolo Nestico mi occupo di consulenza alle aziende. Formazione e interazione sono la ricetta per far ripartire il nostro Paese.
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